Umberto Bertini uguale Oratorio. È un’equazione alla quale tutta Burago è stata abituata da sempre, ancora di più da quando sei andato in pensione.
Presenza costante durante gli eventi e instancabile nella quotidianità: dallo stare dietro alla spazzatura alle mille incombenze di segreteria, dall'aprire l’Oratorio per le feste di compleanno al fare da mattatore durante le estrazioni delle sottoscrizioni a premi; da “ministro degli Esteri”, quando c’era da dialogare con il Comune e con le altre associazioni del territorio, a “ministro degli Interni”, quando invece c’era da coordinare i diversi gruppi.
Insomma, l’equazione di partenza regge eccome: Umberto = Oratorio.
Chi, come l’indegno scrivente, ha avuto la fortuna di condividere con te quindici anni di Consiglio d’Oratorio e qualche anno in meno di Commissione Territoriale, ha conosciuto bene la tua passione per l’Oratorio. Una passione combattiva, autentica, senza mezze misure: eri un guerriero fino al midollo, un difensore dell’Oratorio aperto sempre e comunque.
Le tue “varie ed eventuali” erano ormai un appuntamento fisso delle nostre riunioni: proposte di eventi, richiami sullo stato dell’Oratorio, idee, osservazioni, qualche rimprovero… Non potevano mancare.
E poi c’erano le discussioni. Ogni tanto — soprattutto prima che ti cimentassi nel Cammino di Santiago — la voce si alzava. Ma sempre nel rispetto e nella stima reciproca, perché sapevamo bene che, al di là delle opinioni e dei diversi punti di vista, stavamo correndo nella stessa direzione. Come scrive San Paolo: “corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù” (cfr. Fil 3,14).
Perché la tua costante presenza e la tua inesauribile passione non erano semplicemente il frutto del carattere o del senso del dovere. Erano il risultato di una Parola — il Vangelo — che riempiva la tua vita e le dava senso.
Chi, durante la settimana, passava dalla chiesa per la Messa delle 8.30 aveva quasi la certezza di trovarti lì, insieme a Gabriella, nelle ultime panche a sinistra.
Quella era la tua fonte di energia. Lì trovavi la forza per tornare poi a occuparti dell’Oratorio, delle persone, delle cose da fare. E forse proprio per questo, più che parlare di passione, per te dovremmo parlare di vocazione al servizio.
In questi giorni c’è chi sostiene che, non essendoci più tu, non abbia più senso venire ad aiutare in Oratorio. C’è persino chi dice che, senza di te, l’Oratorio sia morto. A tutti loro possiamo dire, con le parole del Vangelo: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno.” La saggezza popolare, del resto, ci ricorda che “morto un papa se ne fa un altro”. Ma, per fortuna, l’Oratorio non è un’azienda nella quale si definiscono ruoli, si assegnano incarichi e si cercano sostituti. L’Oratorio è una comunità. È una comunità che si mette al servizio dei più piccoli, che cresce attraverso le persone, che cambia nel tempo e che non appartiene a nessuno, perché appartiene a tutti. E allora Burago dovrà continuare a fare la propria parte. Magari con modalità differenti, con stili diversi, con sensibilità e capacità peculiari di ciascuno. Ma dovrà continuare a esserci. Anzi, diciamolo chiaramente: da oggi dovrà fare molto più di quanto abbia fatto finora. Perché il tuo esempio non rimanga soltanto un bel ricordo. Perché la tua testimonianza non sia stata vana. Perché ciò che hai costruito, giorno dopo giorno, non si fermi con te. L’equazione, allora, cambia. Umberto non è più Oratorio. Umberto ha insegnato a tutti noi che cosa significa essere Oratorio. E adesso tocca a noi continuare.